Medfantasy.it propone un’intervista a Riccardo Coltri, autore di romanzi come Non c’è mondo, horror in cui viene reinterpretata la leggenda di Romeo e Giulietta, le due versioni di Zeferina, fantasy ambientato in un’Italia unificata da pochissimo e in cui le creature leggendarie della nuova nazione emergono dai boschi per darsi battaglia, dell’horror-fantasy La Corsa Selvatica, un viaggio pulp nello stesso setting stregato, e ora di un nuovo romanzo, Goetia che uscirà a breve.
Come stai percependo l’attuale momento che sta passando il Fantasy italiano?
A mio parere, il Fantastico italiano in questi ultimi anni sta piano piano scoprendo se stesso. Ho scritto “Fantastico” perché mi sembra che la cosa riguardi anche horror e fantascienza. Certo, si continuano a seguire le mode che perlopiù arrivano dall’estero, però vedo che qua e là si ha il coraggio di proporre anche altre storie, ecco, il punto è questo. I libri ovviamente non li ho letti tutti e non conosco ogni romanzo prodotto, ma di certo ci sono diversi titoli che personalmente mi hanno incuriosito.
Che tipo di scrittore sei? Pianifichi le trame, fai profili dei personaggi, ti documenti prima di scrivere, oppure sei un istintivo che non sa mai dove lo porterà la propria scrittura all’inizio del quotidiano atto creativo?
Entrambe le cose. Be’, un po’ più sull’istintivo. Nasce l’idea, ci sono le scalette e tutto il resto, ma poi tutto potrebbe svilupparsi in modo inaspettato. Penso sia normale. Mi piacciono le leggende e mi documento, ma mi piace ancora di più capire da dove potrebbero essere arrivate e reinterpretarle in una storia. Una cosa (per me) importante, di solito, è sapere almeno dove sto andando a finire, ma anche in quel caso, in fase di scrittura, posso cambiare strada. La faccenda che non smette di affascinarmi – anche questa credo sia una sensazione comune a molta gente che scrive – è che i personaggi stessi sembrano dare suggerimenti su come descriverli e cosa inserire nello scenario attorno a loro.
Hai un luogo e/o degli orari di scrittura preferiti?
Qui, davanti al mio pc, a volte con qualche musica hard rock come sottofondo. Di solito non importa l’ora. La musica comunque la scelgo di volta in volta, a seconda di quello che devo scrivere, e può anche succedere che tenga tutto spento. Se sono altrove, durante quelle rare occasioni in cui devo a tutti i costi prendere appunti sennò mi dimentico qualcosa, cerco di annotare da qualche parte. Dove capita, visto che di solito non giro con bloc notes. Ma accade in casi eccezionali, di solito cerco di tenere tutto in mente e ripensarci solo una volta che sono tornato davanti allo schermo (altrimenti non si vive più…)
Dicci qualcosa di Goetia, sembra che tu l’abbia appena dato alle stampe, indi siamo curiosissimi: dove e quando si ambienta la storia? Di che parla la vicenda?
Goetia è più o meno a metà strada fra il dark fantasy e la fantascienza post-apocalittica. Sì, esce fra poco e, per chi vorrà, il romanzo sarà al Salone del Libro di Torino di quest’anno. La storia è ambientata in un’Italia futura, non specifico l’anno ma grossomodo siamo ancora nella prima metà del ventunesimo secolo. Dopo Zeferina e La corsa selvatica, mi sono chiesto cosa scrivere ed era da tempo che volevo provare con un storia post-apocalittica, è un tipo di ambientazione che mi ha sempre affascinato. È anche un mio piccolo omaggio a certi classici. Goetia tuttavia si discosta molto da, per esempio, storie come Io sono leggenda o The Road: la vita è continuata, inoltre non è un mondo grigio e ricoperto di cenere, al contrario, fra le macerie di un territorio devastato, c’è vegetazione e ci sono animali. Presento tuttavia uno scenario brutale, composto da varie fazioni in lotta fra loro e società guerriere che combattono con vecchie armi da fuoco, archi, balestre, sassi, bastoni. Non è un tecno-fantasy, insomma, o un romanzo con fucili laser e robot, ma una storia più semplice, cruda, sporca. Ci sono testi di esoterismo e sono conservati in ciò che di elettronico e funzionante a pile è rimasto dopo la catastrofe: pc portatili, registratori, ebook reader, walkman. La parte fantasy, ancora una volta, è abbastanza vicina alla low-fantasy, anche se ci sono alcune parti che dovranno essere un po’ interpretate. Spero anche che sia un romanzo più maturo di Zeferina. A Zeferina sono molto affezionato, ma Goetia, per come è strutturato, mi piace di più. Il protagonista si chiama Cleffi, arriva da un lungo addestramento nella cittadella da tutti conosciuta come “Scuola del Mattino” (c’è un motivo per cui è soprannominata così). È un giovane violento, a cui, come in una sorta di moderno agoghé, è stato insegnato a non mostrare dolore. A un certo punto della sua vita, si ritrova a chiedersi cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. E questa domanda gli capiterà nel momento peggiore, e cioè mentre corre nei quartieri in rovina con una pistola in mano.
Sei tornato a scrivere per l’Asengard edizioni, ti trovi bene con loro ne deduciamo.
Per quello che mi riguarda mi sono trovato molto bene con tutti quelli con cui finora ho pubblicato. Negli ultimi anni sono stati Asengard (Zeferina, Goetia) ed Edizioni XII (La corsa selvatica): da entrambi gli editori ho trovato professionalità e c’è stato un bel lavoro di squadra.
Hai lavorato tanto per rielaborare il nostro folklore in una tua chiave personale, un lavoro prezioso e hai dichiarato in passato di avere voluto vedere con i tuoi occhi le valli e i boschi che ci hai descritto in Zeferina e La corsa selvatica, sappiamo che gli autori antesignani del Fantasy, da McDonald a Tolkien (incluso) erano dei grandi camminatori, gente che conosceva bene i boschi delle proprie zone. E se camminare per i luoghi che c’ispirano aiutasse la resa del Sense of Wonder? Lo credi possibile?
Io credo di sì, che sia possibile. Zeferina in effetti nasce così, visitando le montagne che ho qui vicino, a una mezz’oretta di macchina, in Lessinia. Mi sembrava un territorio fatto apposta per un fantasy, anche per quanto riguarda i nomi di alcune zone: il “Vajo dei falconi”, il “Campobrun”, “Ljetzan”, il “Bosco delle Gocce”, il “Ponte di Veja”… Sulle prime l’idea era di scrivere una storia basata solo sulle leggende e le creature fantastiche “cimbre”, come avevo fatto per altre storie in passato, poi invece la ricerca si è allargata. E alla fine è venuto fuori un romanzo fantasy che, anche se ambientato in un territorio di pochi chilometri quadrati, si ispira alle varie mitologie che si possono trovare in Italia, dai mostri dell’arco alpino alla reinterpretazione degli esseri mitologici del Mediterraneo (il romanzo, in fin dei conti, si svolge in una sorta di territorio di confine). Mi sono accorto in ritardo che svolgere un lavoro del genere non era facile, ma è stato anche divertente.
Diciamo le cose come stanno: la mia impressione è che, mitologicamente parlando, non esista un paese più incasinato dell’Italia. Non c’è solo la mitologia romana, c’è un po’ di tutto, e le leggende si mescolano, viaggiano, cambiano nome e qualche caratteristica, poi tornano al punto di partenza… E allora, bisogna in qualche modo arrangiarsi.
Quanto ritieni sia opportuno che gli italiani si riapproprino della propria immaginazione, delle sorgenti locali del loro fantasticare?
Credo che potrebbe essere molto interessante. E anche divertente, secondo me, perché ci sono molte leggende affascinanti. Ma non credo sarebbe giusto affermare che è obbligatorio, per un italiano, riappropriarsi del folklore nostrano. C’è poco da fare, il fantasticare deve rimanere libero, una scelta personale. Perciò posso dirti: se mi propongono di leggere una storia ambientata in Italia, basata sulle nostre superstizioni e creature leggendarie, a me come lettore incuriosirebbe senz’altro. Nel contempo, se qualcun altro mi scrive una storia fantasy “classica”, con elfi e nani e troll che si scannano in un mondo immaginario o in una remota regione scandinava fra vichinghi e drakkar, e l’autore lo stesso riesce a meravigliarmi, ben venga.
Credi che ora che i grossi affari si sono spostati nel campo dell’Horror, un fermento dal basso, dal mondo degli appassionati del genere Fantasy, abbia qualche possibilità di fare sentire la propria voce ai piani alti della grande editoria italiana?
Uhm, domanda difficile. Io temo di no, però spero di sbagliarmi.
Che ci dici dell’Horror? Come lo vedi questo genere, la possibilità che ha di far risuonare le sue inquietanti corde fra le nostre città, contrade, coste e comunità?
Nasco in realtà come autore di storie horror e dell’horror non posso che pensare gran bene, rimane il mio genere preferito. Certo, c’è horror e horror, è questo il punto. Voglio dire, d’accordo che è un genere letterario, è un’etichetta sullo scaffale di una libreria, ma per quello che mi riguarda, come lettore, deve anche farmi provare un’emozione. Sono alla continua ricerca di autori in grado di inquietare, mi sono trovato bene con Barker, con Matheson, con King, con Poe, con Laymon, con la Rice dei tempi d’oro… e sono sempre contento quando trovo altri. Comunque: stesso discorso per il fantasy, l’Italia è sicuramente un posto interessante dove ambientare storie. Paradossalmente sono più selettivo rispetto al fantasy: in genere, infatti, ammetto che mi incuriosisce di più un autore horror italiano che ambienta in Italia. Ma vabbe’, niente di grave, gira e rigira siamo sempre lì: è solo una questione di gusti (e in ogni caso alla base vale il solito discorso: non è importante dove, purché sia una buona storia).
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Tornerai a scrivere di massarioli, anguane, fauni e fade in un’Italia stregata di un qualsiasi tempo a tuo piacimento?
Dopo Goetia, diciamo che sto un attimo riprendendo fiato. Ma so che durerà poco e fra un po’ sarò al lavoro su qualcos’altro, anche se non so ancora cosa. Il fantasy non è da escludere (Goetia, comunque, non va poi così lontano da una sorta di Italia stregata), mi piace il Fantastico in generale, per cui può essere che torni prima o poi ai primi anni del Regno d’Italia, fra anguane, fauni, massarioli e fade eccetera, o provi qualche altro periodo storico. Mi piace anche pensare che la storia di Zeferina non sia del tutto finita, ma vabbe’, questo lo dico ormai da un po’ di tempo…

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